Cominciamo con un po’ di cultura, per una volta. Tranquilli: non è pericolosa, non va a male, e il fatto che non sia più di moda non deve spaventare. Va bene, lo confesso: tutto ciò che sta nella lista dei comprati è cultura. Volete che non lo sappia? E’ la Grande Giustificazione che mi accompagna da venticinque anni per negozi di dischi, mercatini e più recentemente, sui siti di vendita on line. Per una volta però intendo cultura nel senso di libri, quei desueti parallelepipedi cartacei che stanno tra un disco e l’altro sui miei scaffali.

Glen Hansard

In volume: Gianfranco Franchi, “Radiohead. A Kid. Testi commentati”, Arcana, 437 pgg.

In cd: Elias Nardi Quartet, “The Tarot Album”; Giant Giant Sand, “Tucson”; Mumford & Sons, “Babel”; Beck, “Guero”; Stevie Ray Vaughan, “Texas Flood”; Yann Tiersen, “Les Retrouvailles”; Maria Antonietta, “Maria Antonietta”; Anna su, “Howling Tree”; The Wild Maps, “Trouble you invite”,

In vinile: Glen Hansard, “Rhythm and Repose”; Balthazar, “Rats”.

Se vi piacciono i Radiohead, o anche solo se vi incuriosiscono, il lavoro di Gianfranco Franchi sui loro testi è semplicemente imperdibile. Fa parte della meritoria collana “Txt” dell’Arcana, che appunto dedica una serie di volumi alle liriche del rock e dintorni. Avevo già quello su Nick Cave, e ce ne sono altri che prima o poi porterò a casa. “A Kid” mi ha entusiasmato e stupito: è uno vero e proprio studio  intorno alle parole di Thom Yorke, analizza i brani dei Radiohead disco per disco, in stretto ordine cronologico, e indaga sui significati, sui riferimenti letterari, sulle suggestioni personali che si possono riconoscere tra le strofe. In alcuni casi, come per il legame tra “Ok Computer” e l’opera di Douglas Adams, si tratta di certezze consolidate, altre volte l’autore propone, con un metodo rigoroso, accostamenti nuovi e sempre interessanti.

Detto che ho incamerato con colpevole ritardo il bel progetto di country rock opera firmato da Howe Gelb e dai suoi Giant Giant Sand (lavoro corale a dispetto del video qui sotto), nel listone di ottobre ci sono alcuni acquisti di grande rilievo. Il primo è il disco di Elias Nardi, che attendevo ormai da molti mesi e che ha visto la luce negli ultimi giorni di ottobre. E’ un lavoro ispirato al “Giardino dei Tarocchi” di Niki de Saint Phalle, e certamente lo inserirò a breve tra gli “Ascoltati”. Intanto posso dire che Elias, oudista (leggi suonatore di liuto arabo) di straordinario talento che suona con alcuni tra i migliori musicisti italiani, ha dato un degno seguito a “Orange Tree” con un album creativamente complesso e impegnativo nella gestazione, ma anche alla portata di chiunque abbia voglia di lasciarsi trasportare in una terra fantastica, che sfonda molti confini a cavallo tra Asia ed Europa.

Elias Nardi

Ho ascoltato quasi per caso Anna Su in un mini-concerto, in un locale. Anche qui potrei parlare di confini, o di strade che si intersecano. Anna Su, che ha evidenti origini orientali, in realtà vive a Los Angeles e sta all’incrocio tra alcuni dei generi musicali americani più classici: country, blues, jazz, tanto per cominciare. Il disco ha un paio di anni, e credo che il successore sia in fase di lavorazione. E’ autoprodotto, e ha dentro la qualità e la freschezza che potrebbero spingervi a portarvelo a casa scaricando i file o cercando il cd, confezionato curiosamente come una specie di pacco postale. Ci sono echi di Tom Waits, c’è un po’ di Norah Jones, perfino qualche nota che ricorda lo Yann Tiersen di “Amelie”, e c’è una divertita deriva “gipsy” qua e là. La versione live che ho sentito io, voce e due chitarre con l’aiuto del pistoiese Niccolò Menichini, era scarna ed essenziale, e in qualche modo metteva ancora più in risalto la buona qualità delle composizioni.

Ora passiamo alla grave dipendenza in cui sono caduto nell’ultimo mese. No, niente sformati di zucca posthalloweeniani o castagne bruciate in una padella coi buchi. A travolgermi è stato il disco dei Balthazar, che non avevo mai neppure sentito nominare prima che me li segnalasse Michele Boroni, e che sono una band belga giunta al secondo album dopo l’esordio, “Applause”, datato 2010. Raramente un Lp mi ha conquistato con questa velocità, tanto da finire sul piatto con una frequenza inusitata. Ovviamente mi dilungherò più avanti: è un lavoro che si ascolta senza sforzo e allo stesso tempo non ha la data di scadenza di un paio di settimane, soprattutto perché infila una serie di ottimi pezzi e si sostiene su una band che sa esattamente cosa e come suonare.

Del secondo album dei Mumford & Sons (che, notizia di oggi, saranno in Italia a marzo) ho sentito dire, da gente più titolata di me, che gli mancherebbero “le canzoni”. Non potrei essere meno d’accordo. Mi pare che alla premiata ditta si possano, volendo,  imputare alcune colpe, per esempio un primo accenno di ripetitività nel modello, e, sempre volendo,  si può non apprezzare l’idea di suonare con quella confezione musicale da banda di paese, che invece a me piace. Ma sostenere che non ci siano canzoni valide mi pare un mezzo abbaglio, personalmente avrei detto l’esatto contrario.

Non voglio dimenticare Glen Hansard e il suo album, bello a cominciare dal ritratto dipinto a olio sulla copertina. “Rhythm and Repose” è in un territorio che di solito non abito: cantautorato pop, romantico, un po’ a rischio diabete in alcuni passaggi, ma di grande sostanza, con brani profondi e degni di rimanere nel tempo. Me lo ha consigliato il titolare di uno dei migliori negozi di dischi della Toscana, dimostrando che questa razza in via d’estinzione non è per nulla inutile, e andrebbe protetta come la foca marsicana e l’orso monaco.  O era il contrario?

di Lorenzo Mei