Prima di continuare a leggere, guardate questo video. E’ più o meno la fine del concerto di Glen Hansard, venerdì 22 febbraio al Viper Theatre di Firenze.

Più o meno, perché in realtà chi ha ripreso quelle immagini non poteva immaginare che, pochi istanti dopo essere usciti, senza smettere di suonare, dal fondo del palco, tutti e quattordici i musicisti sarebbero sbucati, continuando a suonare, da una rampa laterale, per concludere un memorabile show in mezzo al pubblico, spalla a spalla con un mezzo migliaio di presenti letteralmente entusiasti per il condensato di poesia, forza, ironia, capacità di incantare e di divertirsi, che Glen e la sua band hanno offerto. Un’offerta, sarà bene dirlo, durata tre ore (più la mezz’ora iniziale di Lisa Hannigan) e chiusa all’una meno dieci in una serata gelida, in una “carcassa dalle parti dell’aeroporto”, come l’artista ha descritto, spietatamente ma fedelmente, il locale.

La mente e il cuore tornano indietro di qualche mese, al godimento provato alla Obihall di fronte ai Wilco. E non saprei dire quale delle due serate mi ha regalato più soddisfazione. Anzi, lo dico: questa con Hansard. Non perché sia meglio di Tweedy e compagni, ma per almeno due motivi: 1) non me lo aspettavo 2) l’apertura della Hannigan è stata una perla, mille volte meglio della band che dette supporto ai Wilco, di cui non ricordo il nome.

Insomma, ero talmente divertito che non mi sono appuntato i brani della scaletta infinita, e quindi non posso raccontarvela. Certo, posso dirvi che il brano linkato all’inizio è una versione really unplugged di “Passing Through” di Leonard Cohen (capito ora perché mi è piaciuto così tanto?), e che al momento della cover di “Baby don’t you do it” di Marvin Gaye volevo saltare sul palco per cantare a squarciagola. Ma sarebbe stato rischioso, perché Hansard ha tirato sù dalla platea coristi improvvisati in tutti i concerti italiani. Lo sapevo, dunque ho resistito all’impulso.

 

Naturalmente il protagonista della setlist è stato il disco solista uscito nel 2012, “Rhythm And Repose”: “Love don’t leave me waiting“, “High Hopes”, “Maybe not tonight“, “Bird of Sorrow“, “Philander” sono quelle che mi vengono in mente al volo. Poi passi indietro ai tempi dei Frames con “Fitzcarraldo“, per esempio, e naturalmente “Falling Slowly”, il pezzo premiato con l’Oscar che faceva parte della colonna sonora del film “Once”, interpretato dallo stesso Glen Hansard e Markéta Irglová, con cui formava gli “Swell Season”, sostituita per l’occasione da Lisa Hannigan. Anche “Leave” era parte del film.

Mentre ero lì avrei voluto mandare sms agli amici, scrivere un pezzo in tempo reale su questa blogzine, invitare tutti voi a raggiungerci sotto quel palco. Anche perché, oltre alle canzoni, ci sono stati  gli aneddoti, le battute, l’ordinazione di sedici whisky irlandesi subito serviti dal barman direttamente ai musicisti, che hanno brindato e si sono rimessi a suonare. Tutto ben rappresentato nell’introduzione di questa “Back Broke“, con tanto di botta e risposta con il pubblico. Del resto lo aveva spiegato Glen: “Questo sarà l’ultimo concerto per un paio di settimane, quindi ce la prenderemo calma”. Nel giro delle tre ore si è passati dal racconto di un buffo quasi-naufragio vissuto da Hansard insieme a un amico, all’elogio dell’amore che comprende le debolezze e le sbornie irish style.

Resta da dire dell’incredibile voce, che passa dal tono delicatissimo dei pezzi più romantici alle esplosioni di un’ugola termonuclerare, e delle poderose schitarrate, capaci di sfondare entrambe le folk utilizzate e ridotte a un colabrodo a forza di colpi di plettro. Vi lascio al video di “You will become” con due avvertenze. La prima: la musica comincia dopo un minuto circa. La seconda: non chiedetevi chi è l’imbecille che urla “Grandeeee!” all’inizio del pezzo. Potrei offendermi.

di Lorenzo Mei