Finalmente!

Il film rivelazione dell’anno, il miglior regista emergente premiato al David di Donatello, ma soprattutto un film che avrei voluto vedere quest’inverno e che per un motivo o per l’altro non sono mai riuscito ad avvicinare: “La mafia uccide solo d’estate” ha deciso di fare la sua scintillante comparsa anche a Londra! In uno show sold out da settimane e replicato a grande richiesta, io ero presente anima e corpo. È stato bellissimo.

Nella settimana in cui si ricorda la strage di via d’Amelio del ’92, i Riverside Studios londinesi in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e con l’Italian Bookshop organizzano un evento che resterà nella memoria dei partecipanti per lungo tempo, e consola il fatto che nel pubblico erano presenti nazionalità diverse. La rassegna prevedeva una doppia visione: ad aprire le danze il documentario di Ivan Vadori “La voce di Impastato”, a seguire il film di Pierfrancesco Diliberto in arte Pif.

La voce di Impastato

Il documentario di Vadori è un’interessante testimonianza sulla vita e gli ideali di Peppino Impastato, figura fondamentale nella lotta alla mafia a cui è stato dedicato un meraviglioso film, “I cento passi”. Il regista è riuscito a intervistare persone chiave da cui si ricava un resoconto efficace e veritiero su ciò che è stata l’attività di Peppino dai primi anni di giovinezza sino alla morte avvenuta per mano mafiosa. La riapertura delle indagini sulla morte di Impastato pone una nuova luce sulla trattativa Stato-Mafia di cui si sente tanto parlare nei giorni odierni, perciò l’opera di Vadori è coraggiosa e utile a capire qualcosa in più sulla vicenda.

Le testimonianze di Giovanni Impastato (il fratello), di Nando Dalla Chiesa, di Carlo Lucarelli e molti altri personaggi illustri vicini alla vicenda di Peppino danno realtà a un progetto umano, volto ad approfondire al meglio la figura di Impastato, uomo sensibile, dedito all’amore per la bellezza e con un’ironia tagliente ma unica, in grado di ricordare ai capimafia di essere, prima di tutto, esseri umani.

La mafia uccide solo d’estate

Otto premi italiani (tra cui due David e due Nastri d’Argento) sono stati il lasciapassare di questa opera prima di Pif per le porte ormai spalancate di New York prima e Londra poi. Il clamore che ha suscitato la pellicola ha permesso all’ormai noto Testimone di presenziare in diversi luoghi culturali e di promuovere ciò che è stato il cavallo di battaglia di molti uomini perbene: la lotta alla mafia. Pif sceglie una linea particolare per la narrazione della sua storia, ovvero l’ironia, l’umanizzazione dei boss mafiosi e la leggerezza: caratteristiche anticipate in tempi più difficili dal sopracitato Impastato.

“La mafia uccide solo d’estate” parla di Arturo, ragazzo palermitano la cui vita è sempre stata strettamente legata alle vicende di Cosa Nostra che vanno dagli anni ‘70 fino alle stragi di Capaci e via d’Amelio. Concepito durante la strage di Viale Lazio, Arturo è un bambino sensibile e gentile, affascinato dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti che, in qualche modo, sembra sempre suggerirgli la mossa giusta per proseguire nella sua esistenza. Ognuno ha i suoi idoli, ma questi poco a poco si sgretoleranno, facendo luce sul vero significato della mafia e portando il giovane Pierfrances…ehm, Arturo a rifiutare gli ideali con cui era cresciuto e ad unirsi non solo con l’inferocita e commovente popolazione palermitana, ma anche con Flora (Cristiana Capotondi), sua prima e unica fiamma che mai si spegnerà.

I meriti del regista sono tanti: in primis, aver scritto una storia a sei mani senza particolari pressioni, con l’esplicito intento di raccontare non solo la sua storia, ma anche quella di migliaia di ragazzi di Palermo nati e cresciuti con la confusa idea che la mafia non esistesse, circondati da cadaveri di persone innocenti e famose ogni giorno di più. La presa di coscienza dopo i vent’anni è stata comune per molte persone, e il modo in cui si conclude la storia è davvero commovente: Arturo e sua moglie si comportano col loro figlio come non si erano comportati i genitori dei due. Il fatto che Pif racconti la vicenda nello stile in cui è improntato il suo programma tv Il Testimone gli permette si usare un’ironia e una delicatezza fuori del comune per un argomento del genere, prendendo spunto dal coraggio che Benigni ha avuto nel raccontare le deportazioni naziste e dalla storyline di Forrest Gump per la semplicità con cui l’ingenuo protagonista attraversa anni di storia del proprio paese. Un ottimo cast recita mostrando i lati umani e sentimentali di ogni singolo personaggio, fosse anche Totò Riina.

E’ chiaro quindi che fra Peppino Impastato e Pif ci sia un filo logico nel raccontare certe storie, e questo filo si chiama ironia, fondamentale per mettere a nudo esseri umani e mostrarli per quello che sono. Questa caratteristica l’aveva intuita anche Giovanni Falcone, il quale vedeva la mafia come un fatto umano affatto invincibile, e vedeva nei mafiosi dei semplici uomini.

La semplicità, il coraggio, l’ironia: questi gli ingredienti che accomunano grandi uomini, questa la ricetta che li rende eroi dei nostri tempi.

Matteo Pozzi incontra Pif alla prima londinese

 

Matteo Pozzi